Bad Days. Il prologo

BAD DAYS – IL PROLOGO

Jason

Non ho voglia di studiare, non posso pensare agli esami in questo momento. La verità è che non me ne importa, non m’importa di nulla.
Mia madre se n’è andata e con lei la mia famiglia o l’idea di averne una. Non posso farcela, non possiamo farcela da soli lui ed io, non siamo in grado. Era lei a tenere tutto insieme.
Mi sento solo, sono arrabbiato con tutti, con lui, con il mondo intero, tranne che con lei.
Non potrei mai esserlo con lei.
Siamo amici da quando siamo nati. Le nostre madri erano vicine, le nostre due famiglie si frequentano da quando sono venute a vivere qui, in Pearse Street, da prima che noi nascessimo. Abbiamo trascorso momenti felici, feste, ricorrenze.
Lei ed io, sempre insieme, quasi come due fratelli.
Le sono stato accanto in ogni giorno di scuola e in ogni pomeriggio, e lei ha fatto lo stesso con me. Amici inseparabili, due anime così diverse eppure così vicine. Per me esiste solo la musica mentre lei, be’, lei è sempre con il naso tra le pagine di un libro.
E a me piace guardarla intenta nella lettura, mentre corruga la fronte e si morde le labbra quando arriva a un punto cruciale della storia.
Sono anni che studio le sue espressioni, talvolta buffe, altre dolci. Qualche volta giurerei di aver visto i suoi occhi riempirsi di lacrime, ma a lei non piace ammettere di emozionarsi per certe cose, quindi ogni volta faccio finta di nulla.
Il solo guardarla mi dà sicurezza e calore, quello che in questo momento mi manca, mi manca come l’aria.
La osservo mentre si gratta il naso, mentre porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, mentre cerca di trattenere le sue emozioni. È stupenda, così timida, così insicura, così fragile, ma non quanto me, non come mi sento io in questo momento.
Sono in balia del dolore e sento che sto per fare una cosa di cui mi pentirò per tutta la vita, ma non posso resistere.
Ne ho bisogno. Ne ho bisogno proprio adesso.
So che siamo solo due ragazzi e che prima o poi comincerà a uscire per davvero con qualcuno, nonostante io continui a tenere alla larga da lei ogni personaggio di sesso maschile nel raggio di dieci chilometri; ma presto si guarderà intorno e comincerà a capire che gli altri la ammirano perché è bella, è brillante ed è unica, e quando lo capirà anche lei, per me sarà la fine.
Potrei accontentarmi di guardarla leggere come sempre, ma ora, ora voglio di più.
Ora voglio sapere come ci si sente tra le sue braccia.
Allora mi alzo e mi avvicino e lei smette di leggere senza però alzare gli occhi dal libro. So che mi sente, percepisce il mio avvicinamento, ma non mi guarda, non mi dà questa soddisfazione né alcun vantaggio. Le siedo accanto e la costringo a rivolgermi lo sguardo, togliendole la matita dalla bocca.
E lei rivolge la sua attenzione su di me, lentamente si perde nei miei occhi che non vorrebbero fare altro che guardarla, perché è l’unica cosa che non mi fa male in questo momento.
Poggio le mie labbra sulle sue ed è un attimo, sento questo sentimento salire e battere nel mio cuore, un cuore che credevo raggelato e fermato dal dolore della perdita.
E invece ritorna a pulsare, per lei, per la mia amica.
Per la mia Alex.
Dopo alcuni secondi di esitazione si lascia andare, dischiude le labbra e timidamente mi permette di giocare con la sua lingua. Passo le dita tra i suoi magnifici capelli dorati e le accarezzo la nuca, avvicinandola di più a me. Sento il calore del suo corpo accendermi e riscaldarmi, liberare il mio cuore dal dolore insopportabile che solo fino a pochi minuti fa credevo mi avrebbe schiacciato senza pietà.
Lascio scivolare le mani sul suo viso, lungo le braccia, fino ad arrivare alla sua vita. Sospiro e le infilo sotto la maglietta, per sentire sotto le dita la sua pelle calda e morbida: un contatto che mi scuote dal torpore e dalla sofferenza e che in un istante mi riporta alla vita.
Provo a trasformare questo bacio leggero e intimo in qualcosa di più, mentre lei timidamente mi lascia fare e sento che qualcosa non va.
La mia Alex non è più con me.