Liam e Rain. Il primo incontro

LIAM E RAIN – IL PRIMO INCONTRO

SCENA EXTRA

Liam

“Un’altra volta, ragazzi, poi devo proprio tornare a casa.”
“Oh andiamo, Aaron, abbiamo bisogno di almeno un’altra ora. Non puoi mollarci così.”
“Sai che devo tornare a casa, Liam. I miei ci tengono a cenare tutti insieme, e sono già in ritardo. Mia madre mi ucciderà.”
Sbuffo mentre controllo che la mia chitarra sia accordata. Patrick si alza dallo sgabello, si avvia verso il finestrone dello scantinato e sale su una cassa. Prende il pacchetto di sigarette dalla tasca dei suoi jeans e ne sfila una. La mette in bocca e l’accende, cercando di mandare il fumo all’esterno, ma l’unica cosa che riesce a ottenere è di appestare la cantina.
“Cazzo, Patrick!” Neil impreca contro di lui. “Lo sai che qui dentro non devi fumare. Vai fuori!”
“Fuori si gela.”
“Allora potresti smettere.”
“Parli così solo perché qui sei l’unico a non fumare.”
“Certo! Non ho intenzione di farmi rovinare i polmoni da quella merda.”
“Possiamo riprendere?” Aaron ci richiama tutti all’ordine. “Abbiamo una serata questo sabato, preferirei non fare figure di merda. Grazie.”
Ci rimettiamo tutti al nostro posto, pronti per fare un altro giro di prove. Ci lasciamo trasportare dalla nostra musica, quella che componiamo al buio, qui, nella cantina di casa mia, da ormai qualche anno a questa parte.
La musica è il nostro collante, la nostra ragione e la nostra via di fuga. Ci aiuta a superare le giornate, le delusioni e la vita del cazzo che conduciamo. Senza di essa probabilmente non passeremmo i nostri pomeriggi in questa cantina tutti insieme, ma saremmo in giro a fare danni o a metterci nei guai, come la maggior parte dei ragazzi del quartiere.
Il pezzo gira, non va poi tanto male, e la voce di Neil è perfetta per il testo che lui stesso ha buttato giù e a cui noi abbiamo contribuito in piccola parte.
Sorrido tra me per l’effetto che questa canzone ha al mio orecchio, annuendo soddisfatto mentre le mani pizzicano veloci e sicure le corde.
Sollevo per un attimo lo sguardo e le dita scivolano via senza che me ne renda conto, provocando un effetto disastroso e costringendo tutti a fermarsi.
Dio mio. No.
“Che diavolo ti prende?” Aaron si alza dal suo sgabello facendo roteare le bacchette tra le mani.
Sto per aprire bocca quando qualcuno si schiarisce la voce, e tutti rivolgono lo sguardo sulle scale mollando me per un attimo.
Respiro.
“Cosa ci fai qui sotto?” Aaron chiede avvicinandosi ai gradini.
“Ho bussato, ma facevate troppo casino.”
Se ne sta impalata sul quarto gradino, con le braccia incrociate sul petto e il mento sollevato. Ha uno sguardo dolce ma allo stesso tempo insolente, e una postura fiera e sicura che metterebbe in riga anche la più trasgressiva delle rock band, figuriamoci dei disastri annunciati come noi.
Faccio scorrere lo sguardo sulla sua figura, lento e scrupoloso, e quasi mi cade la chitarra dalle mani.
Non avrei mai dovuto farlo.
Indossa un pigiama rosa con sopra delle scimmie. Ha i capelli raccolti all’insù in modo disordinato, ma che mettono in risalto un viso angelico coperto di lentiggini dello stesso colore del caffè. I suoi occhi spiccano su tutto: di un verde che credo di non aver mai visto, qualcosa che rimanda al mare, quello più profondo, quando il sole che si riflette sullo specchio dell’acqua regala quelle sfumature inimitabili che sei sicuro non vedrai un’altra volta in vita tua.
Credo di sudare, e forse anche di aver trattenuto il respiro per circa un minuto, il tempo che ho impiegato a fissarla con insistenza e poca discrezione. Il tempo che la mia mente ha impiegato per elaborare trecentosessantacinque pensieri sconci, almeno uno al giorno, per cui potrei finire dentro senza possibilità di replica, dato che sono rivolti a una ragazza che avrà sì e no sedici anni.
Merda.
Una gomitata nel fianco mi fa riprendere dallo stato di estasi in cui mi ero perso.
“Quella è sua sorella” Neil mi dice sottovoce, mentre lei e Aaron iniziano a discutere animatamente.
Chiudo gli occhi e mi lascio distruggere dalla sua rivelazione.
“L’ho già adocchiata a scuola, non è bellissima?” chiede, mentre a me non resta che annuire, anche se lui non può vedermi perché completamente immerso in lei.
“Le ho parlato qualche volta, credo di avere una speranza, sai?”
Mi volto verso di lui e lo vedo con gli occhi sognanti, impegnati a imprimere nella sua mente ogni singolo movimento e ogni parola che quella ragazza fa e pronuncia.
“Io ci provo!” Mi dà un’altra gomitata, prima di avvicinarsi a loro e intromettersi nella conversazione.
Mi siedo sullo sgabello lasciato libero da Patrick che è tornato sotto il suo amato finestrone a fumare. Poggio un gomito sui piatti accanto distrattamente, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quella visione, e per poco non finisco con la faccia per terra scivolando miseramente sulla loro superficie.
Decido di darmi un contegno, mi dico che è solo una ragazzina, che non è neanche così attraente, che ce ne sono centinaia come lei solo in questo dannato quartiere, che non vale la pena pensarci.
Ma poi ride, presumo a una battuta di mio fratello, e uno spasmo nel petto mi toglie il respiro, tanto che devo sorreggermi il cuore con una mano.
Scioglie i capelli, muovendo appena la testa e facendoli ricadere lungo la schiena. Inizia a giocare con una ciocca, mentre abbassa lo sguardo imbarazzata a qualcosa che Neil le dice.
Ride ancora, stavolta a crepapelle, e la sua risata è un suono micidiale e dolce insieme, la più bella melodia che un musicista possa mai scrivere.
E il mio cuore va a farsi fottere.
Poi si volta e risale le scale, accennando un saluto con la mano, scomparendo in pochi secondi dietro la porta.
E il mio mondo cambia colore, cambia forma e dimensione, come se fino a oggi avessi guardato tutto alla rovescia.
E tutto per un paio di occhi chiari, un sorriso letale e una spruzzata di caffè sul naso.
“Le ho chiesto di uscire!”
Neil mi riporta con i piedi per terra in un secondo, uccidendo ogni mio pensiero e facendomi ingoiare con la forza ogni briciolo di emozione.
Gli sorrido e annuisco, mentre lui prende a saltare per lo scantinato, non ascoltando le prese per il culo di Patrick e le minacce di Aaron che gl’intima di tenere le mani a posto con sua sorella.
Jason si avvicina guardandomi di traverso.
“Cosa?” gli chiedo stizzito.
Scuote la testa e guarda per un attimo Neil.
“Avresti potuto parlarle” dice sottovoce.
“A cosa sarebbe servito? Neil è già cotto e poi, è solo una ragazzina, Jason, potrebbero davvero mettermi dentro.”
Sospira. “Era lei, vero? La ragazza della pioggia.”
Non rispondo, non ce n’è bisogno.
Neil torna da me con un sorriso che gli va da parte a parte e si siede accanto.
“Rain…” sussurra.
“Mmm?”
“Si chiama Rain. Non è un nome stupendo?”
Un nome stupendo, dice.
Non è solo un nome. No, è molto di più.
Tutto troppo di più.
“Rain… come la pioggia.”
“Come un giorno di pioggia” aggiungo, pensando che per me la pioggia non arriverà mai.

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