Nick. Il prologo

NICK – IL PROLOGO

 

Mi giro nel letto sul fianco destro seppellendo la testa sotto il cuscino, per sfuggire alla luce del mattino che trapela dalla finestra e sperando che possa attutire il trapano che qualcuno mi ha conficcato nel cervello. Apro un occhio a fatica indeciso se continuare a dormire o se alzarmi e correre in bagno, dando ascolto al chiaro allarme che il mio stomaco mi sta inviando, mentre sento salire su per la gola un senso di nausea opprimente, dovuto alla pessima decisione di ubriacarmi come se fossi uno stupido studente del college alla sua prima festa.
Mi lamento mentre mi giro di nuovo sulla schiena, tiro via il cuscino e apro entrambi gli occhi. Guardo il soffitto per alcuni secondi, poi volto la testa di lato; prima a destra, poi a sinistra. Decine di scatoloni riempiono la stanza svuotata quasi completamente, fatta eccezione per il letto in cui sono inchiodato, il comodino accanto e un armadio in fondo, dove appeso a una gruccia c’è il suo abito bianco.
Le immagini della notte precedente prendono vita nella mia testa, costringendomi a balzare giù dal letto e a correre davvero verso il bagno, per vomitare l’alcol, la notte appena trascorsa e la mia stupidità.
Mi sciacquo il viso e lo tampono con un asciugamano bianco con fiori rosa. Chiudo gli occhi sperando di rimettermi a dormire, in piedi, nel suo bagno e magari, se sarò più fortunato, le fiamme dell’inferno mi avvolgeranno e mi trascineranno dieci metri sotto terra.
Lascio scivolare via l’asciugamano dal viso e mi costringo a guardarmi allo specchio situato sopra il lavandino.
Sono io, sono sempre io.
Il coglione più grande.

Mi affaccio in cucina dove lei è intenta a guardare fuori dalla finestra. Mi schiarisco la voce facendola voltare e quello che vedo nei suoi occhi mi conferma quello che già sapevo.
Sono fottuto.
Mi avvicino al tavolo e mi siedo, abbandonando la testa sul ripiano freddo e chiudendo di nuovo gli occhi. Cerco di capire come è potuto accadere, quando ho fatto quel passo sbagliato, quando ho mandato la mia vita e la vita di qualcun altro a puttane, ma non riesco a trovare il punto di connessione tra il mio voler dare una mano e il mio bruciare tutto con un fiammifero umido.
“Nick…” La sua voce è un sussurro, ma mi trafigge il cuore.
“Come diavolo è successo?” Chiedo privo di forze senza alzare la testa.
Lauren si avvicina e si siede di fronte, spingendo verso di me una tazza di caffè.
L’accetto e mi sollevo, faccio alcuni sorsi ignorando la nausea, mentre lei solleva le ginocchia sulla sedia e se le porta al petto.
“Non mi ricordo, Nick. Non mi ricordo nulla. L’ultima cosa che mi viene in mente è il sapore della Tequila sulla lingua.”
Annuisco perché io ho più o meno lo stesso ricordo.
“E poi, stamattina…”
“Eri vestita?” Le chiedo stupidamente. “Quando ti sei svegliata, eri…”
Scuote la testa imbarazzata.
“Cazzo!” Impreco, mentre mi abbandono di nuovo sul tavolo.
“Magari non è successo davvero” lei tenta, ma io non ci credo.
La Tequila è una pessima consigliera.
“Come ho potuto, dio!”
“La situazione era strana, noi eravamo ubriachi…”
“Lauren” sollevo la testa e la guardo negli occhi. “Lui è mio fratello.”
La pena nei suoi mi fa quasi venire le lacrime, ma non è il momento di fare la femminuccia, di mettersi a piangere e disperarsi, è il momento di agire, di prendersi le proprie responsabilità e di andare incontro al mio destino.
L’inferno è sempre più vicino.
“Possiamo fare finta che non sia mai avvenuto.”
“Non posso mentire.”
“Non sarebbe mentire, sarebbe più che altro omettere questo particolare.”
“Non è un particolare, Lauren, è un fottuto casino e per me ha lo stesso significato di una bugia. Non posso farlo. Lui merita la verità.”
“Lui non la reggerà la verità.”
Sospiro. “Lo so.”
“E allora perché vuoi farlo? Sta già soffrendo a sufficienza, non credi?”
“Certo non per colpa mia.”
Lauren lascia andare le gambe e si alza.
“Non potevo, Nick.”
Annuisco chiudendo gli occhi.
“Non potevo sposarlo.”
“Potevi dirglielo invece di non presentarti in chiesa e sparire, costringendo me a venirti a cercare.”
Lauren si allontana di qualche passo e torna a guardare fuori dalla finestra.
“Non volevo ferirlo.”
Rido stizzito. “Be’, hai scelto davvero un bel modo. Non potevi dirglielo qualche giorno prima? O magari non accettare la sua cazzo di proposta? Lo sai com’è Ryan. Lo sai quanto ti ama, quanto ci credeva! Dio, Lauren!” Mi alzo anch’io spazientito.
Cammino avanti e indietro nella sua cucina cercando una via d’uscita a questo disastro, ma non esiste, non può esserci soluzione.
Ci sarà solo dolore, ancora.
E tutto per lui.

Recupero la mia roba e prendo il cellulare tra le mani. Ci sono almeno venti chiamate perse, tra queste ce ne sono sette solo di Ian.
Ian. Certo.
Premo il tasto con le dita tremanti e porto il telefono all’orecchio. Mi risponde immediatamente.
“Nick, cristo santo!”
“Ian…”
“Ma ti sembra il modo di sparire? Con quello che stiamo passando?”
“Ian…” La mia voce è sempre più flebile.
“Dove sei? La mamma è nel panico, Ryan non si trova e…”
“Sono da Lauren.”
Il suo silenzio è la prova che mio fratello mi conosce meglio di chiunque altro.
“Non fare niente” mi dice. “Sto arrivando.”

“Mi dispiace, Nick. Per tutto.”
L’abbraccio e la stringo.
“Starai bene?” Le chiedo preoccupato.
Lauren fa parte della mia famiglia da dieci anni. Lei e Ryan sono stati insieme dai tempi della scuola, la sua famiglia vive nel quartiere, a pochi passi dalla casa dei miei genitori. Nonostante la sua pessima scelta, il suo tempismo di merda e questo fottuto sbaglio imperdonabile, le voglio bene e gliene vorrò sempre, anche se non sposerà mai mio fratello.
Annuisce staccandosi lentamente da me.
“E tu?”
“Me la caverò, come sempre.” Le regalo un sorriso di circostanza e la lascio rientrare in casa.
Non sono preoccupato per me. Il mio unico pensiero è lui, il mio fratellino, e come riuscirà a sopportare questa cosa.
Lauren non si è presentata al loro matrimonio. Lauren non lo ama più. Lauren gli ha mentito. Lauren lo ha ferito ed io gli ho dato il colpo di grazia.
Mi volto e scendo i gradini, sollevo lo sguardo e capisco dall’odio che vedo nei suoi occhi che il suo dolore non avrà mai fine.

Ryan cammina veloce verso di me, con le braccia tese lungo i fianchi e i pugni chiusi. Mi guarda dritto negli occhi: odio, rancore, rabbia.
C’è tutto e tutto in un cuore grande come il suo che Lauren ha spezzato e che io ho polverizzato.
“Come cazzo hai potuto farlo!”
Il suo pungo mi arriva dritto sul naso. Non cado a terra, ma ci vado molto vicino.
Ryan mi afferra per il colletto della camicia del mio vestito da testimone. Lui indossa ancora la sua, quella dello sposo, identica alla mia.
“Ryan, io non…”
Un altro pugno, stavolta più forte, mi colpisce alla mascella. Perdo l’equilibrio e cado all’indietro sul marciapiedi.
Ryan si getta su di me, si siede sul mio corpo e stringe le gambe intorno ai miei fianchi.
E colpisce. Tante volte. Ed io mi lascio colpire. Lo lascio sfogare sperando che la sua rabbia non abbia mai fine, perché me lo merito e perché non so cosa ci potrà essere dopo.
Quando sono certo che morirò sotto i suoi pugni, mi sento all’improvviso sollevato dal suo peso e capace di respirare di nuovo.
Ian blocca Ryan per le braccia, cerca di tenerlo fermo, di salvarmi la vita, di salvare quello che resta di questa famiglia. Ma Ryan è forte, è arrabbiato, è distrutto e neanche tutti i muscoli di Ian possono fare nulla.
Si libera dalla sua presa e si getta di nuovo su di me, cercando di colpirmi ancora in viso, ma Ian non demorde. Gli molla un cazzotto in piena faccia che lo fa cadere di lato. Poi si siede su di lui e lo immobilizza a terra, tenendogli le braccia e stringendo le gambe intorno alla sua vita.
Sento le urla dei miei fratelli, quelle di Lauren, quelle dei vicini che sono corsi ad assistere alla scena e quelle del mio cuore, che grida senza fiato, insieme a quello di mio fratello.
Il fratello che ho tradito.
Chiudo gli occhi e mi lascio andare, sperando di svegliarmi da un’altra parte e di non tornare più indietro.