Patrick e Lily. Quando nasce un papà

PATRICK E LILY – QUANDO NASCE UN PAPÀ

SCENA EXTRA

Patrick

Me ne resto seduto su questa sedia di plastica. I gomiti poggiati sulle ginocchia, la testa abbandonata sulle mani, gli occhi chiusi.
Non sento nulla.
Non la voce della madre di Erin. Non il pianto disperato di Rain. Non il viavai di gente che entra ed esce dalla sala d’aspetto del pronto soccorso.
So che ci sono, so che intorno a me il mondo sta andando avanti, che la terra continua a girare, che probabilmente un giorno smetterà di piovere anche in Irlanda e che il sole ci scioglierà tutti come un fottuto panetto di burro.
Che le persone continuano a respirare.
Eppure tutto ciò che riesco a sentire è il dolore, l’unica cosa che mi dà la certezza di essere ancora vivo.
Cerco di ricordare il nostro ultimo momento, perché potrebbe essere tutto ciò che mi resta di lei, di me, della vita che non avremo mai insieme.
L’ultima volta che ho sentito la sua voce sussurrare il mio nome. L’ultima volta che ha stretto le mie dita tra le sue, l’ultima volta che ho accarezzato la vita che cresceva dentro di lei, e mi sembra così dannatamente lontano, come se tutto mi stesse scivolando via dalle mani senza che io riesca a trattenerlo e a tenerlo con me.
Qualcuno mi strattona forte per la manica della felpa strappandomi al mio tentativo di restare ancorato a qualcosa che già non sento più mio.
Sollevo lo sguardo e vedo Rain aggrappata con forza al mio braccio, che muove le labbra e cerca di dirmi qualcosa. Scuoto la testa e mi guardo intorno, per scattare subito in piedi quando mi rendo conto che qualcuno è venuto a parlarci.
“La bambina è nata” mi sembra di capire. “Piccola, ma forte.”
La madre di Erin parla, Rain balbetta, la donna qui in piedi accanto a noi ci spiega la situazione, mentre io non capisco più un cazzo di niente, sento che la testa sta per esplodere e che sono quasi sul punto di urlare, fino a quando l’infermiera dice: “Una sola persona, può venire una sola persona”.
La madre di Erin mi spinge delicatamente verso le porte d’ingresso del pronto soccorso mentre io seguo come un automa questa donna che mi precede veloce nei corridoi.
Si ferma proprio fuori una porta scorrevole e mi dice di attendere. Poi scompare al di là del vetro, per tornare dopo pochi minuti spingendo un carrello con sopra qualcosa che somiglia a un grande contenitore di plastica.
“Dobbiamo trasferirla in terapia intensiva neonatale, è la prassi, ma sta bene ed è forte. Una vera combattente” sorride per infondermi coraggio.
“E… lei?” chiedo, con una paura fottuta di ascoltare la risposta.
“La madre è ancora dentro” mi stringe il braccio regalandomi un sorriso di circostanza.
“Lei è il padre della bambina?” chiede poi.
Il padre. Della bambina.
Guardo questa scatola che custodisce la cosa più preziosa che possa esistere al mondo.
Una bambina. La mia bambina.
“Sono suo padre.”
Il mio cuore parla attraverso la mia voce.
“Le do qualche minuto.”
L’infermiera si allontana lasciandomi solo con tutto il mio futuro davanti agli occhi.
M’inginocchio accanto all’incubatrice e ne sfioro la superficie con la mano. Mi mordo una guancia e respiro lentamente, cercando di reprimere quello che sento salire direttamente nella gola, ma non serve a un cazzo, perché l’ondata che arriva dall’interno ha una forza distruttiva che mi travolge in pieno.
Piango.
Cazzo se piango.
La vista mi si appanna completamente, tanto che fatico a mettere a fuoco l’immagine della bambina che si agita tra fili e tubi, con una forza inesauribile e una determinazione che deve aver preso proprio da sua madre.
Ed è piccola, pura, unica.
Semplicemente perfetta.
Eccola, la seconda donna della mia vita.
Nell’attimo in cui riesco ad asciugarmi il viso e imprimere nel mio cuore questo momento, capisco di essere fottutamente innamorato di lei e che per la mia bambina, sarei capace di fare qualsiasi cosa.
Che la proteggerò da tutto e che non le lascerò mai sola. Che potrà sempre contare su di me, che io sia accanto a lei ogni giorno oppure no.
Che non ci sarà un istante nella mia fottuta vita in cui non l’amerò, più di quanto credevo fosse possibile amare qualcuno.
E voglio che si arrampichi sulle scale di casa facendo urlare Rain dalla paura. Che distrugga tutti i miei strumenti, e anche quelli dei ragazzi, e che li faccia uscire di testa; voglio che rubi i biscotti dalla credenza, del cui furto mi renderò complice; che mi faccia prendere un infarto la prima volta che cadrà con la faccia per terra dall’altalena, e che corra da me subito dopo per farsi coccolare.
Voglio che chiami mia madre, nonna.
E che chiami me, papà.
E voglio sentire l’emozione esplodermi nel petto la prima volta in cui finalmente aprirà gli occhi e capirà che al mondo nessuno l’amerà più di me.
Perché sono davvero un padre, adesso.
Suo padre.
Mi sento come se fossi nato una seconda volta, come se avessi cambiato pelle, come se mi avessero gonfiato il cuore in un istante.
E anche se in realtà non so cosa voglia dire essere padre, sono sicuro che lei me lo insegnerà, giorno dopo giorno.
Impareremo insieme.
Vorrei solo che Erin fosse accanto a noi.
Voglio che si svegli, che mi sorrida e che mi dica che mi ama, anche se sono un’inguaribile testa di cazzo. Che ci dica che non ci lascerà mai più soli perché noi abbiamo bisogno di lei e perché senza di lei, il nostro mondo non sarebbe completo.
Io non potrei mai esserlo.
Sento dei passi avvicinarsi lenti e pesanti, mentre mi rialzo e mi ricompongo per quanto posso, ma non riesco a nascondere agli altri la mia distruzione, non quando il chirurgo mi guarda negli occhi con compassione, dicendomi che Erin non si è ancora ripresa e che non sanno se ce la farà. Che devo essere forte e sperare, che devo essere preparato a tutto.
Assorbo la notizia come so fare meglio, come un duro, un uomo tutto d’un pezzo che non si piega davanti a nulla.
M’inginocchio a terra e mi prendo la testa tra le mani.
E mi spezzo.
A metà.
E piango.
Perché ormai non mi resta altro da fare.

© 2017 A. S. Kelly – All Rights Reserved