When It Hurts – I primi capitoli in anteprima

WHEN IT HURTS 

1
Zach

Raccolgo in tutta fretta gli schizzi che ho appena buttato giù e li infilo nel mio tubo porta disegni. Guardo l’orologio e mi rendo conto di avere i minuti contati se voglio rispettare la mia tabella di marcia e riuscire in questa cosa. Il mio turno al cantiere inizierà tra poco più di mezz’ora, ma devo attraversare tutta la città prima di arrivare sul posto di lavoro e a quest’ora, con il traffico del mattino, gli uffici, le scuole, gli autobus, mi ci vorrà un’eternità. Forse non avrei dovuto accettare questo incarico extra, ma sembrava una buona occasione, qualcosa da poter fare nelle prime ore del mattino, prima di attaccare al cantiere. In fondo, mi sveglio tutti i giorni all’alba e ho almeno quattro ore buone prima di andare al lavoro, tutto tempo sprecato che posso impiegare benissimo qui e poi Charlie, il mio caposquadra, ha insistito per farmi accettare, elencando almeno dieci motivi per cui rifiutare un lavoro facile e ben pagato sarebbe stata una cazzata. Prima di tutto, dice lui, potrei abbandonare quel buco di appartamento che occupo da ormai quattro anni, potrei mettermi in proprio e magari portare fuori qualche ragazza – o qualche ragazzo, come lui insinua – divertirmi, comprare una macchina nuova o una moto.
Vivere.
Come se qualche soldo in più potesse regalarmi quello a cui ho rinunciato anni fa e di cui non devo sentire neanche la mancanza.
M’infilo veloce la giacca, prendo il cellulare e le chiavi della macchina cercando d’infilarle in tasca, ma il cellulare mi scivola dalle dita per la fretta, finendo sotto il tavolo accanto.
“Cazzo” impreco a denti stretti, sperando che non si sia ridotto in tre pezzi come quello precedente.
M’inginocchio sul pavimento allungando un braccio sotto il tavolo per raggiungerlo, ma quando riesco ad afferrarlo, sento tintinnare la campanella situata sulla porta d’ingresso del locale. Tiro appena fuori la testa per capire di chi possa trattarsi prima di uscire allo scoperto, ma quando vedo due gambe nude muoversi verso la mia direzione mi blocco d’istinto; avanzano lentamente, come per cercare di non farsi scoprire, infilate in un paio di stivali neri che fanno scricchiolare le assi del pavimento. Le seguo con lo sguardo, sentendo il respiro accorciarsi e il battito lanciarsi nel vuoto, convinto di trovarmi in un incubo senza fine, quelli in cui urli senza essere in grado di sentire la tua voce.
Non possono essere le sue gambe, eppure non possono essere di nessun’altra. Le riconosco, anche se sono passati tanti anni. Le riconoscerei sempre, ovunque, in mezzo a migliaia di altre gambe tutte uguali.
La cicatrice sul ginocchio destro, di lato, che lo attraversa quasi per intero. La conosco perché ce l’ha a causa mia, se l’è procurata mentre cercavamo di scavalcare il cancello del giardino sul retro in piena notte, decisi a scappare lontano insieme. E quella sul polpaccio sinistro. Quella non so come se la sia procurata, non me lo ha mai raccontato, ma ce l’aveva già il giorno in cui l’ho vista per la prima volta, in piedi davanti alla porta, nella sua maglietta troppo grande dei Dream Theater e nelle sue scarpe da ginnastica senza lacci. Me la ricordo benissimo, perché quando è arrivata da noi sanguinava e sono stato io a medicarla, qualche ora dopo, mentre lei sedeva sui gradini della porta sul retro della cucina.
Brucerà un po’, le dissi, ma lei non mi guardò né mi rispose. Forse ci vorrebbero dei punti, aggiunsi, e anche lì alcuna reazione. In quel momento capii che non mi aveva sentito e che probabilmente, non avrebbe sentito molte altre cose nella vita.
E poi, la sua camminata in punta di piedi, di una persona che cerca di passare inosservata ma che riesce solo ad attirare tutti gli sguardi su di sé, perché qualcosa di così meraviglioso non può che chiedere di essere ammirato.
Certe cose non le puoi cambiare, ma le puoi immaginare. E sono sicuro di stare immaginando tutto, perché lei non può essere qui, non può trovarsi davvero il questo locale di merda di prima mattina.
Lei non può essere ancora viva.
Resto in ginocchio, nascosto sotto il tavolo, in ascolto dei rumori della macchina del caffè che ha appena messo in funzione. Cerco di non respirare, perché non voglio farmi scoprire, non voglio certo far incazzare un fantasma, perché non può essere che questo, perché lei è morta, lo so per certo, è morta dieci anni fa e i morti non tornano dall’oltretomba, a meno che non siano qui per un motivo.
E quel motivo potrei essere io.
Forse è tornata per torturarmi, perché la mia vita di merda evidentemente non bastava. Il fatto che lei sia morta per causa mia, che io non possa più chiudere gli occhi senza vedermela davanti, che io non sia capace di sognare o lavorare o semplicemente respirare senza pensare a lei, non bastava.
È tornata perché il prezzo che sto pagando non è sufficiente.
È diventata come tutti gli altri.
Mi sporgo appena per controllare i suoi movimenti, da dove sono non riesco a vederla, ma posso immaginare cosa stia facendo. Sento il cucchiaino girare nella tazza, uno sportello aprirsi, il latte che viene versato nel caffè e poi una porta che si apre cigolante, probabilmente dal retro del locale; dei passi pesanti, forse di scarponi che strisciano sul pavimento e poi una voce.
La sua voce.
“Sei venuta di nuovo a rubare il mio caffè?”
E i fantasmi sono appena diventati due.

~ ~ ~

2
Zach

“Ho dimenticato di comprarlo.”
La sua voce, il tono, quel suono distorto.
“Come al solito.”
“Cosa vuoi che sia un po’ di caffè. Per farmi perdonare ti preparerò i biscotti alla cannella, quelli che ti piacciono tanto.”
Non sta succedendo davvero. Io non sono qui. Loro non sono qui. Siamo tutti morti o forse sono io a essere finalmente morto e loro sono venuti ad accogliermi in una specie di assurda anticamera dell’inferno.
“Sai che posso comprarli anche all’Ikea, quelli?”
“Come se tu andassi all’Ikea.”
“Col cazzo che metto piede in quella merda.”
La sento ridere e poi sento degli strani rimbombi nel petto, forse sono gli ultimi battiti prima della vera fine.
Fa alcuni passi nel locale e torna nella mia visuale, io d’istinto mi schiaccio contro la parete sotto il tavolo da cui credo non uscirò mai più. Vedo le sue gambe sollevarsi e penzolare da un altro tavolo a pochi passi da me.
“E tu, cosa ci fai qui?”
“Io vivo al piano di sopra, ricordi?”
Brutto pezzo di merda.
Anche se è un fantasma, sempre pezzo di merda rimane.
“Ma questo non è orario per te. Non ti alzi prima delle nove.”
“Ho sentito dei rumori e così…”
“Sei venuto giù in mutande per cacciare eventuali intrusi?”
“Di sicuro li avrei spaventati.”
Ride. Di nuovo. La sua risata non può essere frutto della mia immaginazione, è troppo reale ed è troppo dolorosa per essere un bellissimo sogno. E i sogni non fanno male, almeno credo, non ho metri di paragone e non sono un esperto sul tema. Io non sogno mai, ma immagino che sia perché è qualcosa di troppo bello e positivo, una delle tante cose che non mi spettano.
“E tu sei venuta qui mezza nuda sperando di adescare il povero proprietario triste e solo?”
“Non sono mezza nuda.”
“Per favore, neanch’io riesco a guardare altrove. E ho detto tutto.”
“Che scemo” ride ancora, poi fa una pausa, forse sta bevendo o forse si è accorta di me.
“E questo?”
Cazzo. Deve aver visto il mio porta disegni.
“Non lo so, l’avrà lasciato qui il nuovo falegname.”
Carpentiere, stronzo.
“E cosa ci fa qui un falegname?”
“C’era qualcosa da sistemare.”
“Hai deciso finalmente di rimettere a posto la sala interna?”
“Forse è arrivato il momento di finire quello che avevo iniziato.”
“Sono felice che tu abbia deciso di farlo.”
“Anche io.”
“E questo falegname? Dove lo hai trovato?”
“Una vecchia conoscenza.”
“Be’, spero che sia bravo.”
Grazie per la fiducia.
“Lo scopriremo presto.”
Scende dal tavolo e mi dà le spalle.
“Questa te la riporto dopo. Lo finisco mentre torno nel mio appartamento.”
“Dove te ne vai a quest’ora?”
“Vado a fare jogging lungo il fiume, è presto, non è ancora affollato.”
“Stai attenta.”
“Come sempre. E poi, c’è Cookie con me.”
La vedo avvicinarsi a lui, immagino per dargli un bacio e poi seguo di nuovo il movimento delle sue gambe fino a sentire la porta aprirsi, la campanella tintinnare e poi richiudersi dietro di lei. Qualche secondo di silenzio e poi i suoi scarponi che si avvicinano al tavolo sotto il quale sono nascosto.
“Ora puoi uscire, genio.”
Striscio sul pavimento e abbandono il mio nascondiglio, mi metto in piedi mentre lui si dirige verso il bancone e la macchina del caffè.
“Non sei mai stato bravo a mimetizzarti. Eri sempre il primo a essere scovato. A volte pensavo che lo facessi di proposito, come se sentissi il bisogno che qualcuno ti trovasse.”
Resto in silenzio perché questa situazione mi sembra surreale. Sono sicuro di aver preso troppe pillole ieri sera e che l’effetto sarà stato devastante sulla mia psiche, tanto da farmi precipitare in un incubo assurdo dal quel dovrò prima o poi svegliarmi. Perché io mi sveglierò e lui non ci sarà più. Lei non ci sarà più. E potrò tornare al mio coma irreversibile senza altri bruschi risvegli.
“Ma poi ho capito perché lo facevi” si volta e posa una tazza sul bancone. “Se trovavano prima te, gli altri avevano una possibilità in più.” Finalmente solleva lo sguardo su di me.
“Cristo” mormoro incredulo. “Tu sei…”
Poggia i gomiti sul bancone. “Ti trovo di merda, lo sai? Mi avevano detto che non eri in forma, ma non credevo che fossi messo così male.”
“C-cosa?”
“Be’, sì, non hai una bella cera, ma forse questo è dovuto all’effetto sorpresa.”
“Chi ti ha detto… Lascia perdere. Questa conversazione non sta avvenendo davvero. Tu non sei qui, non sei reale!”
“Prima inizierai a crederci, prima potremmo andare avanti.”
“Avanti?”
“Questo è solo l’inizio.”
“L’inizio di cosa?”
Fa qualche sorso del suo caffè con aria disinvolta, mentre io decido di avvicinarmi al bancone e sedermi a fatica su uno sgabello, più per non svenire e sbattere la testa sul pavimento che per sedermi di fronte a lui. Prendo un bel respiro e decido di assecondarlo, ancora non sono sicuro se sia solo un fantasma o uno spirito venuto dall’aldilà per portarmi via con lui, non siamo nella mia cucina, quindi il dubbio resta. In ogni caso, meglio non contrariarlo.
“Immagino che questo lavoro sia solo una cazzata.”
“No, il lavoro c’è. Mi serve un falegname.”
“Sono un cazzo di carpentiere!”
“Come preferisci.”
“Perché hai assunto me? Non può essere solo un caso.”
“Ora iniziamo a far funzionare il cervello.”
“Perché questa sceneggiata?”
“Volevo avvicinarti senza farti andare fuori di testa.”
“Ci sto andando lo stesso fuori di testa.”
“Lo vedo.”
“Dopo tutti questi anni…”
“Ci ho messo un po’ di tempo a trovarti. Non è stata un’impresa facile.”
“M-mi hai cercato?”
Mi guarda e sospira pesante. “Ogni giorno, Zach, per quasi dieci anni.”
La sua rivelazione mi lascia perplesso ma non faccio domande. Ho bisogno di sapere altro, adesso.
“E l-lei?”
Chiederlo mi è costato tutto quello che mi era rimasto.
“Oh, con lei è stata fortuna, diciamo che qualcun altro l’ha trovata per me.”
“Non capisco cosa sta succedendo, perché stai facendo questo…”
“È arrivato il momento, Zach.”
“Che momento?”
“È tempo di far tornare tutti a casa e tu, amico, mi darai una mano a riunire la famiglia.”

... TO BE CONTINUED… 

⭐︎ DATA DI PUBBLICAZIONE: 7 APRILE 2019 ⭐︎

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