Rainy Days: le prime pagine del romanzo

Buon pomeriggio a tutti 🙂

Oggi per voi le prime pagine del romanzo Rainy Days.

Per quanti non lo hanno ancora letto, ecco il prologo secondo il punto di vista di Liam, uno dei personaggi principali del libro.

Spero vi piaccia.

Buon weekend, a presto!

RAINY DAYS: PROLOGO

 

Non dovrei essere qui. Non dovrei cercarla, non dovrei vederla. Eppure sono mesi che mi apposto fuori dal pub ogni maledetta sera, che sbircio attraverso i vetri appannati in attesa di scorgere la sua figura, sperando che stia bene. Sono trascorse due ore, temo che il buttafuori prima o poi si accorga di me, della mia presenza costante e che mi prenda a calci in culo, ma non posso evitarlo. Guardo l’orologio: le undici. È giovedì sera e tra poco il pub chiuderà, devo andare via adesso, prima che qualcuno possa riconoscermi. Mi volto e alzo il cappuccio della felpa per ripararmi dall’aria pungente della notte. Faccio alcuni passi in direzione della mia auto parcheggiata a poche centinaia di metri quando qualcuno mi afferra per una manica.
“Che diavolo ci fai qui?”
M’irrigidisco all’istante e mi prendo qualche attimo prima di fronteggiare quello che ho evitato per tutto questo tempo.
“Ciao, Aaron.”
“Ripeto, che cazzo ci fai qui?”
Sospiro e gli do le spalle allontanandomi, ma lui non ha intenzione di lasciarmi andare. Mi segue in silenzio, sento i suoi passi dietro di me, a pochi metri di distanza. Non mi volto, continuo a camminare fino ad arrivare alla mia auto. Cerco le chiavi nella tasca della felpa e faccio per aprire la portiera quando la sua mano la richiude con forza.
“Non dovresti venire qui, Liam.”
Ha ragione.
“Non succederà più” mento.
Succederà ancora.
Ogni sera.
Ogni dannatissima sera.
Aaron mi poggia una mano sulla spalla per costringermi a rivolgergli la mia attenzione. Allora lo faccio, fisso il mio sguardo nel suo e crollo. Gli occhi mi si riempiono di lacrime di rabbia, d’impotenza e di dolore.
“Merda, Liam, sei a pezzi!”
Mi asciugo gli occhi con la manica della felpa e scuoto la testa, come per scacciare i pensieri che mi stanno danneggiando il cervello.
“Perché eri appostato lì fuori?”
“Non volevo creare problemi. È stata una debolezza, non accadrà più.”
“Cazzate! So benissimo che vieni ogni sera. Il buttafuori ti ha notato da almeno due mesi e se non ti ha ancora preso a calci è solo perché gli ho detto di non farlo. Ma stai attento, perché potrei cambiare idea.”
Respiro pesantemente, appoggiando la schiena contro lo sportello dell’auto.
“Volevo solo… volevo vederla.”
“Non ti avvicinare a lei.”
“Voglio solo accertarmi che stia bene.”
Aaron sospira spazientito, mentre si scompiglia i capelli con foga con entrambe le mani.
“Sta… bene.”
“Non mi sembri molto convinto.”
“È una situazione complicata, Liam. L’abbiamo quasi persa, cazzo! E poi… poi non è stata più la stessa.”
“Che vuol dire? Hai detto che stava bene, l’ho vista dietro al bancone qualche sera fa…”
“Liam” m’interrompe, posandomi una mano sul braccio. “Lei… lei non ricorda.”
“Che significa?”
“Non ricorda l’incidente, non ricorda quello che è accaduto prima, né subito dopo.”
Resto in silenzio per alcuni istanti per cercare di assimilare quello che Aaron mi sta dicendo.
“Com’è possibile? Credevo fosse una cosa temporanea, che si sarebbe risolta con il tempo…”
“Liam” fa una pausa, come per trovare il coraggio di continuare. “Non ricorda molte cose del suo passato, della sua vita. Non ricorda l’ultimo concerto… non si ricorda di te… non si ricorda di Neil.”
Al solo sentir pronunciare il suo nome il mio cuore s’incrina. Mi porto istintivamente la mano al petto, come se il mio gesto potesse impedirgli di andare in pezzi.
“Il trauma cranico, poi l’amnesia e… Il fatto è che ha rimosso una parte del suo passato e dopo due anni i dottori credono sia impossibile che ormai le ritorni la memoria.”
“Io… non capisco…”
“Stalle lontano, per favore, è già tutto così difficile.”
“Non posso” e mentre lo dico sento la gabbia toracica premere intorno al cuore. “Non posso” ripeto, più a me stesso che a lui.
Aaron poggia una mano sulla mia spalla costringendomi a rivolgergli lo sguardo che fino a ora era perso nel vuoto davanti a me.
“Quando sei tornato?” chiede, cercando il pacchetto di sigarette nella tasca posteriore dei jeans. Ne prende una e ne offre a me.
“Tre mesi fa” rispondo, lasciando uscire il fumo e chiudendo gli occhi.
“Cosa stai cercando di fare?” mi chiede con voce ferma e pacata. “Che intenzioni hai?”
“Io… io non lo so. Non sto cercando di fare nulla. Volevo solo vedere come stava, accertarmi che la sua vita fosse…” non riesco a terminare la frase. Mi prendo la testa fra le mani e comincio a piangere. Le lacrime scendono indisturbate, graffiando il mio viso, la mia anima e il mio cuore.
“Cazzo, Liam!”
“Mi dispiace…”
Lo dico da quel giorno, ma non serve. Per quante volte lo dica, per quanto sia convinto delle mie parole, non servono.
Non bastano mai.
Non c’è una sola parola che possa riportarci tutti indietro.
Un lungo silenzio ci avvolge, ci abbraccia e ci calma, come se avessimo bisogno di quello per lasciare che il dolore confluisca all’esterno dei nostri corpi e che ci permetta di respirare senza avvertire quel peso insostenibile di essere ancora vivi, di essere ancora lì.
Sospiro e lascio che tutto quello che mi passa per la mente venga fuori.
“Ho bisogno di sistemare qualcosa, ho bisogno di rimettere insieme i pezzi di quello che è rimasto. Ho bisogno di…”
Lei.”
Non posso credere a quello che sto dicendo.
“Te lo dirò solo una volta e spero che tu recepisca il messaggio forte e chiaro. Rain è mia sorella ed è tutto ciò che ho. Non ti permetterò di farle del male, in nessun modo, né di riportare alla luce tutto quanto. Non so bene quali siano le tue intenzioni ma ti avverto, se la sfiorerai solo con lo sguardo, ti giuro che te ne farò pentire amaramente e che ti farò ingoiare le palle, intesi?”
“Aaron, io…”
“Credevo che ormai l’avessi superato, che ti fossi ricostruito una vita.”
“Aaron, non credo che tu…”
“Te ne sei andato, voltando le spalle a tutti noi, voltando le spalle a lei!”
“Non è andata così.”
“Hai avuto tutto quello che hai sempre sognato, no? E allora perché, perché cazzo sei tornato indietro? Non c’è niente per te qui, Liam. Niente.”
Mi nascondo nel silenzio perché non ho il coraggio di dire a voce alta la verità, non ho il coraggio di pronunciare quelle parole che mi stanno consumando lentamente.
Non dovevo.
Non potevo.
Era l’unica cosa che mi ero ripromesso di non fare.
“Merda, Liam!” Aaron mi volta le spalle e si allontana di poco da me, imprecando contro il vuoto.
Non so che intenzioni ho né cosa farò, so solo che devo avvicinarmi a lei, che lei è l’unica persona che può restituire un senso alla mia vita, che può alleviare il mio dolore e il mio senso di colpa. Ho bisogno di sistemare le cose, ho bisogno di rimettere in piedi la vita di qualcuno.
Ho bisogno di lei, per respirare, per capire che non è finita, per alleggerire questo peso che mi porto addosso, sulle spalle, nella testa, nel cuore. Ho bisogno di sapere che almeno lei può farcela, che può avere ancora una vita e che io, magari, possa vivere del suo riflesso e sentirmi, sentirmi di nuovo e capire di essere ancora vivo.
Che cosa cazzo ho fatto?
Sono una persona orribile.
Ho distrutto in una sola notte ogni cosa.
Uno stupido errore.
Uno solo, a cui non posso rimediare.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *